C’è un momento in cui la street art smette di essere solo un fatto estetico e diventa qualcosa di diverso. Non è quando un’opera è particolarmente bella, né quando un nome famoso firma un muro. Succede quando un quartiere che si era abituato a essere invisibile comincia a essere guardato in modo diverso, prima dai suoi stessi abitanti, poi da chi arriva da fuori. Quel momento è il punto in cui l’arte urbana e la rigenerazione urbana si incontrano, e in Italia negli ultimi anni questo incontro è diventato sempre più frequente e sempre più consapevole.
Rigenerazione è una parola che rischia di diventare vuota a forza di essere usata. In questo contesto serve a descrivere qualcosa di preciso: il processo attraverso cui uno spazio degradato o dimenticato riacquista un’identità, una visibilità, un senso di appartenenza per chi ci vive. Non è un processo automatico, e non basta dipingere un muro per innescarlo. Ma quando funziona, i risultati sono visibili e misurabili, non solo visivamente.
Napoli: il Parco dei Murales di Ponticelli
Ponticelli è un quartiere della periferia est di Napoli, storicamente tra i più difficili della città per tassi di dispersione scolastica e disoccupazione. Dal 2015, grazie a INWARD, l’Osservatorio sulla Creatività Urbana, il Parco Merola è diventato il Parco dei Murales: un progetto di riqualificazione artistica e rigenerazione sociale che ha coinvolto artisti come Jorit, Rosk&Loste e Zed1, con opere i cui titoli sono scritti in napoletano, radicati nella lingua e nella memoria del posto.
Non si tratta di decorazione applicata dall’esterno. Il modello di INWARD prevede il coinvolgimento diretto della comunità, con laboratori, dialogo tra artisti e residenti e, in alcuni casi, con i residenti stessi raffigurati nelle opere. Dal 2016 il successo degli street art tour ha permesso di generare risorse destinate alla Cooperativa Arginalia, che supporta i giovani del quartiere nella ricerca di lavoro. Un cerchio che si chiude in modo concreto.
Roma: Tor Marancia e il museo condominiale
Nel 2015, nel quartiere di Tor Marancia alle porte dell’Eur, il progetto Big City Life ha trasformato le facciate delle undici palazzine del comprensorio di via di Tor Marancia 63 in un museo condominiale unico. Ventidue opere di altrettanti artisti provenienti da dieci paesi del mondo, ognuna rappresentativa del condominio su cui è dipinta, ognuna nata da un incontro diretto con le oltre cinquecento famiglie che abitano quei palazzi. Il progetto è stato presentato alla Biennale di Architettura di Venezia, ma prima ancora ha avuto senso per le persone che ogni giorno vivono davanti a quei muri.
Sempre a Roma, il Quadraro ospita dal 2010 il progetto MURo, museo a cielo aperto nato con una filosofia partecipativa. Le opere nascono dalla collaborazione tra artisti e residenti, che scelgono insieme i temi per raccontare storia, cultura e identità del quartiere. Quartieri come Ostiense, San Lorenzo, Torpignattara e Garbatella hanno sviluppato nel tempo un patrimonio di arte urbana che non è omogeneo né calato dall’alto, ma riflette le specificità di ogni zona.
Milano: muri liberi e interventi su commissione
Milano ha un rapporto con la street art che si è costruito nel tempo su due piani paralleli. Da un lato la scena indipendente, con writers e street artists che da decenni lavorano in città. Dall’altro un approccio istituzionale che da circa dieci anni ha portato il Comune a mettere a disposizione cento muri liberi in settanta zone della città, aperti a chiunque voglia esprimersi senza chiedere permessi.
A questo si aggiungono interventi più strutturati, come quelli nel quartiere Isola, a Lambrate, lungo la Martesana e nei pressi dei Navigli. Shepard Fairey, conosciuto come Obey, ha lasciato un’opera nel quartiere Gallaratese. Millo ha lavorato in diverse aree della città. Nel 2024, in vista delle Olimpiadi invernali del 2026, il Fondo Porta Romana ha commissionato uno straordinario intervento sulle mura perimetrali dell’area del futuro Villaggio Olimpico: duecento metri di opera collettiva realizzata da venti artisti, con il patrocinio della Regione Lombardia e del Comune di Milano.
Milano è anche la città dove Iena Cruz ha realizzato il murales antismog di via Viotti a Lambrate con pittura Airlite, capace di eliminare agenti inquinanti sfruttando la luce. Un esempio di come la street art possa essere anche una risposta concreta a problemi ambientali, non solo estetici.
Torino: il quartiere Barriera di Milano
Il quartiere Barriera di Milano a Torino è un caso spesso citato a livello internazionale come esempio riuscito di rigenerazione attraverso l’arte pubblica. Il progetto B.Art, realizzato nell’ambito del programma Urban Barriera con il contributo del Comune di Torino, della Regione Piemonte e della Comunità Europea, ha prodotto tra il 2012 e il 2014 una serie di interventi murali sugli edifici del quartiere, con la partecipazione diretta dei giovani residenti attraverso laboratori e dialoghi con gli artisti.
Il risultato è stato riconosciuto anche fuori dall’Italia: nel 2016 il New York Times ha incluso Torino nella lista dei 52 posti da visitare nel mondo, citando esplicitamente i murales di Barriera di Milano. Un quartiere popolare a nord della città diventato una destinazione, con tour dedicati e percorsi per le scuole.
Il caso di Civitacampomarano
Tra tutti gli esempi italiani, Civitacampomarano rimane quello più radicale e forse più significativo. Un borgo del Molise, poche centinaia di abitanti, lo spopolamento come destino apparentemente segnato. Dal 2015 il Cvtà Street Fest, ideato dall’artista Alice Pasquini, ha portato qui artisti da tutto il mondo che si sono confrontati con muri di pietra, vicoli, porte di case abbandonate, producendo opere che non ignorano il contesto ma ci dialogano. Più di novanta opere in dieci anni, un museo a cielo aperto visitato ogni anno da migliaia di persone che altrimenti non avrebbero avuto nessun motivo per passare da queste parti.
La Casa Cuoco, residenza storica dell’illuminista Vincenzo Cuoco, è stata restaurata grazie a una collaborazione tra Airbnb, ANCI e il Ministero dei Beni Culturali e ospita durante il festival gli artisti che vengono da tutto il mondo. Un luogo che era destinato all’abbandono è diventato un punto di riferimento culturale. Questo è rigenerazione urbana nel senso più concreto del termine.
Quando rigenerazione urbana funziona e quando no?
Non tutti i progetti di street art legati alla rigenerazione urbana funzionano. Esistono interventi calati dall’alto, pensati più per la comunicazione istituzionale che per il territorio, in cui le opere non hanno nessun rapporto con la comunità che le abita e finiscono per essere percepite come estranee, a volte persino come un’appropriazione di spazi che gli abitanti non hanno scelto di condividere.
La differenza tra un progetto che funziona e uno che non funziona non sta nella qualità artistica delle opere, anche se quella conta. Sta nel processo. Quando gli artisti lavorano con il territorio invece di lavorarci sopra, quando i residenti vengono coinvolti prima che le bombolette tocchino il muro, quando il progetto ha una visione che va oltre l’inaugurazione, i risultati si vedono. Non solo sui muri, ma nella relazione tra le persone e gli spazi in cui vivono.
In Italia ci sono esempi di entrambe le cose. Quelli che abbiamo raccontato qui appartengono alla prima categoria, ed è per questo che vale la pena conoscerli.
